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È passata un’intera vita

È passata un’intera vita - Didattica & Comunicazione

Dal mio primo giorno di scuola ad oggi sono passati moltissimi anni e tanti segni indelebili

Tra poco compio 60 anni: il mio primo giorno di scuola è davvero lontano nel tempo, ma ancora vicino nella memoria. E a scuola ho trascorso 18 anni della mia vita: ormai sono meno di quelli passati nel mondo del lavoro. La “mia” scuola era molto diversa da quella di oggi, eppure dal confronto non esce sempre perdente, e forse c‘è persino qualcosa da recuperare.

C’era molta più pressione. L’istinto giudicante di insegnanti più frustrati che severi ha lasciato il segno, ma non era così negativo sfruttare al massimo quei primi anni in cui i bambini hanno eccezionali capacità di apprendimento.

Sono molti a sostenere che la scuola riduce le potenzialità, anziché dirigerle. I bambini nascono dotati di pensiero sistemico. La scuola in genere non lo conosce, e lo evita, così che in azienda si spendono milioni per re-insegnarlo e farlo acquisire ai manager: il mondo di oggi richiede il pensiero sistemico per la gestione della complessità.

I bambini nascono creativi. La mia scuola limitava (il verbo limitare è in realtà un eufemismo) la creatività. Oggi si cerca di fare diversamente, ma si dimentica che la creatività richiede tempo e libertà, soprattutto di pensiero.

Come afferma una pubblicità, nasciamo 4x4, praticamente totipotenti. Come affermano illustri ricercatori, ogni bambino è intellettualmente un genio fino a 3-4 anni. E poi?

La mia scuola creava panico. È impossibile dimenticare l’ansia che sopraggiungeva quando chiamavano per un’interrogazione e credo che la frase “alla lavagna” susciti ancora un’accelerazione del battito cardiaco in diverse generazioni di ex studenti.

La scuola di oggi sembra essere meno terrorizzante. Eppure ritengo molto più utile insegnare a gestire e superare la paura delle interrogazioni, o degli esami, anziché togliere le interrogazioni o assicurare promozioni gratis. Si può fare: io ho imparato, dopo aver affrontato gli incubi universitari.

La mia scuola insegnava educazione civica e storia dell’arte. Forse troppo poco, ma ci provava. Apprezzo molto, invece, gli insegnamenti di scienze motorie che hanno, oggi, integrato le ore di ginnastica.

Apprezzo anche molte iniziative della scuola di oggi.

Continuo a contestare, oggi come allora, uno degli atteggiamenti basilari della scuola: se sei bravo, bene, altrimenti non sei bravo: punto.

Mi sono già espressa a favore di una certa severità, sono favorevole persino ai voti e a qualche bocciatura, quindi l’affermazione può apparire fuori luogo. Mi spiego meglio.

La vita lavorativa mi ha insegnato che è possibile imparare anche materie o attività per cui non si è decisamente “portati” se il desiderio (nel senso più ampio del termine desiderio) di imparare è potente.

Molti anni come dirigente di azienda e quasi altrettanti come coach mi hanno, però, anche dimostrato che la maggior parte delle persone cercano di migliorare ciò in cui sono già “bravi” anziché affrontare l’ignoto o i propri limiti, e questo crea spesso gravi difficoltà.

La scuola dovrebbe, soprattutto, secondo me, sviluppare il desiderio di imparare e aiutare ciascuno a realizzare i propri desideri. Perché la scuola crea persone prima che studenti o lavoratori.