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Perché studiare comunicazione? Per insegnare

Perché studiare comunicazione? Per insegnare - Didattica & Comunicazione

Conoscere una materia e saperla insegnare sono due cose diverse.

Tutti abbiamo conosciuto, nella nostra storia scolastica, docenti a cui dovevamo riconoscere una profonda cultura nella loro materia, ma poco capaci di trasmetterla.

In realtà non bisogna dare definizioni grossolane: ci sono diverse sfumature.

Il mio insegnante di Chimica generale all’università era un bravissimo ricercatore. Sapeva rispondere a qualunque domanda, da chiunque fosse posta. Ma in aula era un disastro. Non riuscivamo a capire dove iniziasse e dove finisse la lezione, per non parlare dell’impossibilità di trovare un filo logico alle sue spiegazioni.

In aula la sua cultura usciva affastellata, a fiotti, incoerente. Mentre le nostre domande gli fornivano il filo logico da seguire.

La difficoltà di definire un filo logico e coerente su un argomento in un tempo definito è un problema abbastanza comune, e spesso è indice di una profonda conoscenza della materia.

La mia insegnante di matematica del liceo era considerata un’ottima insegnante.

Usava anche metodi di insegnamento all’avanguardia, aveva adottato tra i primi in Italia l’utilizzo del laboratorio per un corso di fisica sperimentale. Insegnante ineccepibile, al termine del liceo dalle sue classi c’era sempre un’alta percentuale di alunni che decideva di studiare matematica e fisica all’università.

Ma …. Era talmente innamorata della sua materia e la considerava talmente importante che si dedicava, con enorme passione, a quella parte della classe che amava la matematica. Gli altri venivano totalmente abbandonati a loro stessi, senza alcun tentativo di coinvolgimento.

La sua mappa del mondo era molto radicale: chi amava la matematica, intesa come matematica pura, era un essere umano degno di nota. Con gli altri era inutile parlare.

Quando una sua collega, preoccupata della dicotomia che si era creata, propose una serie di lezioni congiunte tra matematica e filosofia, in cui trattare la filosofia delle scienze, fu brutalmente respinta.

Nell’insegnamento, e nell’apprendimento, delle lingue straniere ci sono altri interessanti esempi.

Qualcuno impara perfettamente la grammatica ed è in grado di leggere testi anche complessi, ma ha difficoltà a parlare. Qualcuno ha bisogno di imparare frasi stereotipate a memoria, qualcuno impara in una settimana all’estero ciò che altri apprendono in sei mesi di studio in Italia.

In questo caso la variabile principale è negli studenti, quindi gli insegnanti di lingue devono avere una particolare flessibilità.

Mio padre era, a detta di tutti, uno splendido insegnante. Inoltre scriveva libri di testo e faceva corsi di aggiornamento di didattica. Nessuno avrebbe mai immaginato che qualcuno potesse ritenerlo un insegnante inefficace. Questo finché non provò a darmi lezioni. Fu un vero disastro.

Col senno di poi, i problemi furono di due tipi:

  • io e mio padre abbiamo filtri sensoriali prevalenti molto diversi, quindi il suo linguaggio e le sue modalità di spiegazione erano inadeguate al mio modo di apprendere. In condizioni normali avrebbe probabilmente superato il problema, come solitamente faceva insegnando in aula.
  • Ma io ero la figlia piccola, ritenuta un po’ stupida. Quindi la sua convinzione che io non fossi in grado di imparare lo portava a non cercare soluzioni alternative per spiegare.

È dimostrato (esistono numerosi test scientificamente condotti) che un insegnante convinto della bravura dei suoi studenti otterrà risultati nettamente superiori rispetto a quanto ottiene lo stesso insegnante se è invece convinto di un basso quoziente intellettivo della classe, pur avendo in partenza due classi intellettualmente sovrapponibili.

Se, quindi, è vero che conoscere una materia e saperla insegnare sono due cose diverse, è anche vero che ciascuno di noi può avere difficoltà diverse nell’insegnare una materia che conosciamo bene.