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Scuola, valori femminili e società

Scuola, valori femminili e società - Didattica & Comunicazione

Nel proporvi un'analisi dei valori femminili, non potevo esimermi da un preliminare esame del "femminile" in ambito scolastico

La scuola è veramente “un mondo a parte” o è integrata nella società?

La domanda, ovviamente, fa parte del dibattito tra educatori, e anche gli stessi insegnanti ne discutono spesso.

Molto viene detto.

Qualcosa è stato fatto per rendere i processi dell’organizzazione scolastica allineati con quelli delle aziende.

Qualcuno ha anche tentato di suddividere la scuola in due mondi separati: il tempio della cultura per futuri manager e il laboratorio degli apprendisti per gli altri. Come, poi, vengano identificate le due categorie, è un’altra storia su cui non voglio esprimermi qui e ora.

Io ho vissuto la scuola per i primi 25 anni della mia vita. Non lo dico perché frequentavo la scuola, ma perché, per una serie di motivi, nella mia famiglia si viveva e si parlava esclusivamente di scuola. Da tutti i punti di vista, sotto tutti gli aspetti, ma sempre scuola.

Per me è stato naturale fuggirne, e scegliere un mestiere che non avesse nulla a che fare con l’ambito scolastico. Ma è difficile sfuggire al passato e al destino. Così, dopo 25 anni da manager aziendale, complice la libera professione e una sorella preside, sono tornata nel mondo scolastico per insegnare tecniche di comunicazione agli insegnanti.

Ho trovato una scuola cambiata, sotto tanti punti di vista.

Ma, soprattutto, ho trovato una scuola totalmente diversa dalla società per alcuni aspetti, ed è di questo che voglio parlare.

Nella società del terzo millennio c’è carenza di valori femminili. Lo dico con certezza, e l’ho ampiamente argomentato in alcuni articoli come quello Donne in viaggio.

La società italiana si caratterizza per  una situazione ancora più grave.

Oltre alla carenza di valori femminili, da noi in Italia esiste ancora una forte discriminazione di genere, che fa sì che ci siano ben poche donne nei posti di comando (mentre sono tante nelle posizioni intermedie). Inoltre c’è una pesante differenza salariale di genere: gli stipendi maschili sono mediamente, a parità di ruolo, superiori del 20-30%.

Aggiungo che negli ultimi decenni è stata creata una disparità salariale drammatica tra ruoli. Quando sono entrata io in azienda (circa 30 anni fa) il dirigente guadagnava da 2 a 5 volte lo stipendio dell’operaio. E il topo management guadagnava 2-3 volte rispetto al dirigente.

Oggi il rapporto tra impiegati e dirigenti è rimasto quasi invariato, ma il top management è letteralmente schizzato verso l’alto, sia come stipendio che come bonus e benefit.

E la scuola?

Partiamo dall’ultima considerazione, quella economica.

Nella scuola non c’è alcuna differenza economica di genere: sembra di essere in Germania, o in Finlandia.

Nella scuola il dirigente scolastico guadagna meno del doppio dei suoi insegnanti: il mondo dell’equità salariale.

Nella scuola la maggioranza delle posizioni dirigenziali è detenuta da donne.

I capi delle scuole sono donne, e i loro capi sono quasi sempre donne.

 

Le nostre scuole vivono di femminile, i valori femminili dominano incontrastati, persino in eccesso, avendo solo raramente un contrappunto di comportamenti e valori maschili.

Mantenendo salari bassi, rendendo la scuola una sorta di “lavoro da mogli che portano a casa il secondo stipendio” la società italiana ha creato una realtà scolastica totalmente avulsa dalla società esterna, nel bene e nel male.

Non è vero che la scuola ha rigettato le riforme. Le riforme sono state accettate, e applicate, ma ciò che serve è indurre a scuola a trovare le sue stesse riforme.  Forzare l’applicazione di modelli aziendali maschili al mondo scolastico serve a poco.

Mi piacerebbe mischiare: portare l’equità salariale scolastica e la parità di genere nel mondo aziendale. Portare uomini ad insegnare, a recuperare il loro spazio di educatori.

E mi piacerebbe portare un po’ di quel femminile della scuola nel mondo aziendale.

Perché mantenere i due mondo separati non serve, né alla scuola, né alla società.

E tantomeno serve alle generazioni future. O forse noi siamo talmente alla fine del nostro “impero romano” da non preoccuparci minimamente delle generazioni future?