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Si fa presto a dire resilienza

Si fa presto a dire resilienza - Didattica & Comunicazione

Viviamo in un mondo difficile … luoghi comuni a cui spesso viene aggiunto un consiglio: serve resilienza. Ecco, partiamo da qui.

Cos’è la resilienza, e come si può imparare ad essere resilienti?

La prima fonte, sicuramente autorevole, è l’enciclopedia Treccani. Ed ecco la definizione:

Resilienza. La velocità con cui una comunità (o un sistema ecologico) ritorna al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato; le alterazioni possono essere causate sia da eventi naturali, sia da attività antropiche. Solitamente, la resilienza è direttamente proporzionale alla variabilità delle condizioni ambientali e alla frequenza di eventi catastrofici a cui si sono adattati una specie o un insieme di specie.

Non c’è dubbio siamo sottoposti, negli ultimi anni, con una buona frequenza ad eventi catastrofici, personali o globali. Ma in questi termini la resilienza fa pensare più all’atteggiamento di alcuni impiegati di un tempo che, ad ogni cambiamento aziendale, aspettavano che passasse la nuova moda e resistevano, a modo loro.

Più interessante, almeno è la definizione che ne dà Pietro Trabucchi nel suo sito: http://www.pietrotrabucchi.it

La mia personale definizione del termine è la seguente: la resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino. Il verbo "persistere" indica l’idea di una motivazione che rimane salda. Di fatto l’individuo resiliente presenta una serie di caratteristiche psicologiche inconfondibili: è un ottimista e tende a "leggere" gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia; di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la speranza.

Però questa definizione è pericolosamente vicina al pensiero positivo, alla teoria imperante del vedere sempre tutto bello. E poi: come si può imparare o insegnare ad essere ottimisti? O “ad avere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda”?

E, ancora, essere resilienti significa davvero avere il controllo o piuttosto essere capaci di lasciar andare?

Mi risuona una preghiera di Tommaso Moro:

Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare,

che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare,

che io possa avere soprattutto l'intelligenza di saperle distinguere

Ecco: in fondo questa mi sembra resilienza. Agire dove è possibile, accettare senza angoscia quando è necessario e, soprattutto, distinguere le due situazioni.

Eppure il dubbio rimane: come si può imparare o insegnare ad essere così?

Personalmente posso dire che la vita mi ha bastonato a sufficienza per farmi imparare, ma se volessi insegnare come potrei fare? Ho trovato una risposta in una frase che ripeto spesso: “non è l’esperienza o ciò che accade quello che conta, ma cosa puoi imparare dall’esperienza o da ciò che accade”. E come si fa ad imparare dalle esperienze, da quelle che fanno soffrire?

La strada c’è, ed è quel Viaggio dell’eroe di cui parlo spesso.

Ci sono libri, esercizi, test, modalità per imparare a vivere i propri viaggi dell’eroe e potenziare la propria resilienza. Ecco, questo si può imparare e insegnare.